sabato 29 dicembre 2012

Momenti felici...per illuminare l'inverno

Roma, piazza Navona

E poi torni, cambiato.
Occhi diversi, diversi giudizi, diverse emozioni, un diverso sguardo: hai imparato ad accogliere, diversamente. Tutto ormai nuovo, anche se mai cambiato: indistruttibile come un ricordo e accogliente come un abbraccio.

Piazza Navona sempre la stessa: stesso sorriso profondo di gialli palloncini su uno cielo rosa di sera, stessa gioia arrivando a casa, ridefinendo casa.
La cena di Natale e i discorsi di fronte al caminetto, le riflessioni sui massimi sistemi davanti ad una cioccolata inzuppata di “brutti ma buoni”, l’internazionale finalmente di carta e la gioia di ritagliare l’oroscopo, ritrovare il mio lago camminando lentamente in un giardino ormai quasi segreto. Un incontro inaspettato e il sapore d’inverno sull’Arno, cantucci e alberi di Natale.
 “Per due soldi un topolino mio padre comprò”: accento toscano e grezzezza romana.
Regali piccoli come un pensiero e importanti come l’affetto di chi ti conosce davvero, amici che aspettano, ricorrono, accolgono, a metà strada, per venirti incontro.
Amici che ascoltano e si preoccupano, leggendo sotto le preoccupazioni futili e le fragili garanzie sufficienti ai più.
Amici che ritornano, da tanto lontano o da dietro l’angolo, chissà perché.

“Per fare il frutto ci vuole il seme”. La bambina interrompe la sua canzone: stiamo per arrivare.
Oltreoceano, aspettando la primavera, con una valigia carica di momenti felici per illuminare l’inverno.





domenica 23 dicembre 2012

Verso casa...




Passano White Christmas alla radio: odore di cinnamon roll, di caffè e di Natale. Valige di regali, alberi, luci e decorazioni sopra le porte dei gates. Tempo di tonare a casa, a quella vera. Due mesi intensi come una vita, sfuggenti come un miracolo, metamorfosi nascosta dietro un biglietto d’aereo.
Quanto si può cambiare senza ingannare se stessi?
Quante e quali sfide accettare sul proprio cammino?
Mettersi in gioco, ricominciare, per caso o per fortuna. Differentemente, per gioco del destino.
Scoprirsi duri come la roccia e fragili come un castello di sabbia, mentre la marea si avvicina. Accettare i propri limiti e scendere a compromessi: con se stessi, soprattutto. Sorridere, ridere e ricominciare: ogni giorno di più, senza guardarsi indietro, con gli occhi aperti a tutto quello che verrà. E svegliarsi di colpo, scoprendo di aver già trovato degli amici, rendendosi conto che Dc non è poi così fredda e che Georgetown ricorda l’Europa.
22 dicembre,  2012. JFK: eight hours left.
Ora di tornare a casa, in tempo per Natale.

domenica 16 dicembre 2012

Abbracciando l'America


Passano i giorni e sempre più mi sento a posto, nel mio posto: in un'altra casa, diversa da  quella vera, ma sempre più mia.
Alcuni momenti duri, tanto lavoro e qualche arrabbiatura, ma si dimentica tutto dopo una chiacchierata con una nuova amica e una cupcake.
Ci si sente felici conoscendosi pian piano, scambiandosi saluti, modificando idee e cambiando punti di vista, coniando parole in spagnolo, inglese e francese, nella mia nuova famiglia del decimo piano, un mix di colombiani, peruviani, guatemaltechi, haitiani e spagnoli.
Un puzzle che prende forma attraverso i consigli, le rassicurazioni, gli aiuti di persone che mi conoscono poco, ma che già mi vogliono bene, mentre le giornate si riempiono tra alberi di natale, vagabondaggi prenatalizi e feste di compleanno.
Un pezzo di pizza per ricordarmi che è sabato e non rompere le tradizioni: oggi giornata di puro shopping, abbracciando l’America tra le buste colorate di un outlet. 
Sei giorni e si parte: il conto alla rovescia è cominciato…!

domenica 9 dicembre 2012

"It's gonna be...All Right"




Svaniscono le luci, la folla, il rumore di idee di Times Square: scompaiono oltre la pista di pattinaggio del Rockfeller Center e le decorazioni di Natale. Un lego trovato per strada, un dollaro beneaugurante al collo: scorrono via gli incontri, granelli di sabbia tra le dita. Ma i legami forti restano, seduti sui banchi di legno di una chiesa sulla 5th: un ragazzo in ginocchio, una nonna e il nipotino, camicia viola e gilet grigio, un portafoglio di pelle per sentirsi grande. Sfila la gente dopo la comunione: noi aspettiamo, con la paura di sciogliere una riunione di famiglia.
“Bye, have a nice Sunday”.
Una commozione che ritorna ogni volta, fosse pure in capo al mondo, guardando in silenzio nella stessa direzione, la mia Itaca in lontananza.
Si intravedono le prime luci: tempo di un primo bilancio.

Costruire, metter ordine, definire le stanze di un castello di sabbia, senza sapere se durerà, se sarà spazzato via dal vento o se l'acqua lo ricostruirà altrove.
Coltivare rose e approfondire amicizie, discutere affari di casa e imparare a orientarsi tra i piani, parlare via skype in spagnolo senza più paura, il mio accento come un tocco di originalità. E i progetti non più sigle ma ormai fatti di volti, le casette di Columbia Heigjhts come vecchie amiche, la gioia davanti all’azzurra all’angolo, sapendo che casa è vicina.

”It’s gonna be…All right”
Comincio a contare i giorni: ormai è quasi Natale.

sabato 1 dicembre 2012

E poi la vita risponde






















“Si arriva sempre dove ci stanno aspettando”

L’ho letto in un libro, prima di partire.
Ora che cammino la sera tornando a casa, lontana da casa, comincio a capire il senso di questa attesa silenziosa, di questo ritorno nascosto. Guardo le case, le corone di Natale alle porte, le luci accese e le candele alle finestre, e una parte di me pensa sia un film, l’altra sorride capendo che sembra esserci un posto, anche per me.

Possibilità e difficoltà, la paura di cadere e la voglia di volare alto. Biglietti da visita, crostate, palestre e happy hour, nuovi sorrisi e vecchie abitudini. Tessere con pazienza una rete di relazioni, e riempirsi di gioia quando la si trova salda, pronta a sorreggerti quando non riesci a navigare da solo, ad indicarti la strada con un sorriso, un abbraccio, una parola gentile, non importa in che lingua.
Il mondo dentro e la realtà di fuori, avvilupparsi nel proprio destino e allargare lo sguardo all’infinito. Sfiorare in silenzio il frastuono delle preoccupazioni e imparare a suonare la propria musica, anche se talvolta è più fragile di una lacrima. Sognare o imparare a svegliarsi, accettare di vivere al riparo o scendere a patti col mondo.
Aprire gli occhi e guardarlo in faccia, il mondo, per capire che ci ha dato gli strumenti, e il nostro posto va “solo” costruito.
   
“Accadono cose che sono come domande.
Passa un minuto, oppure anni.
E poi la vita risponde”[1].

Il libro, alla fine, non l’ho messo in valigia: ho deciso che la mia storia volevo scriverla io.




[1] Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia
        

domenica 25 novembre 2012

...Guarda avanti e cammina



Ricordarsi che c'è il sole anche se negli ultimi giorni la vita è stata una tempesta.
Tenere duro correndo in ritardo, scivolando su foglie d'autunno.
"Coraggio, Nat, non mollare: stringi i denti, guarda avanti e cammina".
Trovare il tempo per fermarsi davanti ad una scuola, ascoltando stupita un altoparlante gridare "Good morning America!" elencando chicken wings, beef burger e cucumber salad per pranzo. 

Strade deserte in questo thanksgiving, l'invasione pro shopping del blackfriday di H&M e Banana Republic, tra cappotti e cupcakes, sognando starbucks e il suo peppermint mocha in questo gelido venerdì di novembre.
E l'inverno ormai sembra arrivato davvero, con le prime corone dell'avvento e le scatole di decorazioni nei supermercati. 

Stasera ho trovato un albero di Natale gigante a farmi compagnia...
E mi son detta che da domani la strada non sarà poi così buia.

sabato 17 novembre 2012

Dipingendo il mio mondo



“E ricordati quella che sei quando le sfide da affrontare sembreranno più grandi di te”.
Le parole di un’amica mi tornano in mente, mentre, stanca, ancora davanti al computer, penso al valore del tempo e al senso di quello che sto facendo.
“Sempre in mente Itaca”.
Passano i giorni e il lavoro mi diventa amico, questa città mi accoglie, lasciandosi sbirciare nelle pause pranzo, facendosi vezzeggiare mentre cammino la mattina presto.Mi ricordo distratta che è già notte, quando l’aria fredda colpisce col suo sapore d’inverno.E imparo a conoscere una città nella città, costruendo la mia mappa di corridoi, bagni e uffici. Ricostruisco il mio senso di orientamento, disegnando il mio posto con fogli di appunti e cartelline colorate, su una scrivania di legno scuro, una targhetta che porta il mio nome.
E ormai stampare a colori su un foglio A4 dall’ ufficio del 6 piano non mi fa più paura.
Sto dipingendo il mio mondo, pian piano.
Nuovo, ma quello che conta resta sempre lo stesso: continuo a non dimenticare, quando torno a casa la sera, una domanda…
 “Ti senti felice?”
E mi fa sorridere rispondere, ancora una volta, “si”.

sabato 10 novembre 2012

Ricominciare



Ricominciare.
Da capo.
Il mio primo lavoro. In un altro paese, in un’altra lingua. Anzi in due.
Lasciare, per una volta, che sia il destino a scegliere per me. E scoprire che alla fine è bello prendere deviazioni e aggirare ostacoli.
Una mappa sconosciuta: ma ci piace l’avventura.
Overwhelming di lavoro, spill over di risultati: senza più fogli nell’agenda per scrivere gli impegni, senza più colori per cambiare la lista delle priorità: il rosso dei documenti da leggere sopraffatto dal blu di un concerto in una sinagoga, il violetto di un venerdì di catch up in ufficio cancellato dal vino tinto di una mostra fotografica in un istituto di cultura spagnola.
Sentirsi persa, sì, un po’ senza direzione, in questi primi giorni.
Un nuovo quartiere, la casualità di una casa: ma scoprire che si vedono le stelle uscendo dalla metro, si cammina bene tra gli alberi, sognando già, con le corone di Natale alle porte.
E si ritrova la via grazie a colleghi che accolgono, anche se non mi hanno visto mai, ci si riscalda con un dulce de leche lasciato sulla scrivania, trovando un bigliettino sul tavolo tornando tardi a casa dal lavoro.
Si ritrova la strada, scoprendo che casa non è poi così lontana, tra supermercati aperti 24 ore, sole e biciclette, gente che sorride per strada, senza un perché, tra mostre, musei e negozi di libri.
E si scopre quanto è bello ricredersi su una città che non si conosce, ma che già si comincia ad amare…







sabato 3 novembre 2012

That's America...




You can’t get there by plane? Take a car and drive for eight hours…
“Welcome, sweetheart: that’s America!
Arrivo turbolento schivando l’uragano, sfide all’orizzonte, liste infinite di cose da fare...


Casa: trovata. 
Assicurazione: fatta. 
Conto in banca: aperto. 
Bikesharing: attivato.
Continuo a perdermi per i corridoi ma ho imparato a usare le macchine del caffè.
 “Che tu ti diverta e che sii contenta”, discutere di progetti correndo su un tapis-rulant o guardano grattacieli che si beffano di te nella notte. “Goodmorning everybody!”Autisti che urlano con in mano megabicchieri di cocacola, Waffle house, Kfc, Subways e Mac Donald’s, Fridays e Confort Inn. Biciclette, sole e freddo, scoiattoli, macchie di foglie arancio e gialle, odore d'inverno, e anche di casa. Comincio ad ingranare, con un po’ di fatica e qualche preoccupazione, ma sorridendo, su uno sfondo chiaro di felicità....

giovedì 25 ottobre 2012

Casa


                                                                                Viterbo, Villa Lante

La mia casa sarà sempre “dentro”?
Mi seguirà dovunque io vada?
O mi sveglierò un giorno scoprendo di essermela lasciata dietro le spalle, e di sentirne terribilmente la mancanza?

Qualche giorno fa ho vagato per Roma, come ai vecchi tempi, che tanto vecchi non sono ma sembrano lontani anni luce. Le strade che si svegliano attorno al corso, l’odore intenso dei cornetti caldi, il traffico delle ore di punta ancora lontano. Il silenzio fecondo di una vecchia biblioteca,il sole caldo delle ottobrate romane, la felicità di ritornare in un posto caro.
Adoro questa città.
La sento mia come un rifugio, come un porto sicuro dove tornare la sera, quando fa notte presto e senti tanto freddo. La sento mia come la mia isola nella corrente, per tutte le volte che l’ho osservata sorridendo aldilà del Tevere. La sento mia come un sentiero segreto tra biblioteche, pasticcerie e gelaterie, che tante volte mi han consolata dopo un esame andato male o con più gioia dopo la fine di una sessione.
Ci torno sapendo che la troverò cambiata: saranno cambiati i negozi del centro, H&M, Zara e Gap a rimpiazzare Onyx e le Gallerie San Carlo, che nutrivano i miei desideri di adolescente. Ma quest’aria no, immutata resterà quest’accoglienza soffusa per i vicoletti, tra chiese custodi di Caravaggi e angeliche Biblioteche.
L’ho salutata sorridendo, guardandola fissa attraverso l’acqua di una fontana. Senza voler partire, ma sapendo che ogni volta tornare significherà ritrovare casa.

giovedì 18 ottobre 2012

Guardare aldilà


                                                  Lago di Bolsena


Guardare aldilà

Sembra strano ritrovarsi sempre con le stesse domande: a chiedersi cosa sia la gioia, cosa renda la vita piena, inseguendo una normalità che non esiste e scoprendo la felicità dietro l’angolo.
A domandarsi se le emozioni abbiano un senso, se i segni, del caso o del destino, siano da evitare o da analizzare, a chiedersi cosa fare con persone che attraggono da morire, ma che già a pelle sono presagio di guai.
Controllare la posta cercando risposte che non arrivano, facendo segnali di fumo al cielo perché qualcuno risponda, perché non ci sia illusi, o delusi, semplicemente.
Cosa ci rende vulnerabili di fronte alle persone?
Cosa ci rende fragili di fronte agli eventi?
Cosa scalfisce la nostra finta forza seminascosta?

Negli ultimi giorni mi hanno colpito tre frasi, tutte dette da persone che mi conoscono bene.
La prima parla di affetti, e del rendersi conto di essere vulnerabili.
Vulnerabili perché si ama, perché si vuole bene a qualcuno. E si capisce, d’improvviso (ma del resto, sotto sotto lo si è sempre saputo) che non si è mai invincibili se ci si lascia amare e se si accetta di amare.
 Si diventa dipendenti, e forse più fragili, perché in balia dell’altro.
Più fragili, e per questo più umani…
E per questo ancor, più bisognosi (o meritevoli) d’amore.

La seconda frase aleggiava nell’aria da un po’. Me l’ha detta qualcuno che non si accontenta di osservare la superficie, ma vuole scrutare in profondità, senza pretese di verità ma cercando l’assoluto (e forse l’unica vera felicità possibile) dentro di sé.
Parla di cose importanti, o che credevamo importanti.
E di ciò che si perde, o che lasciamo si perda, lungo la via, quando abbandoniamo il cammino della ricerca di ciò che “sembrava importante”.

L’ultima frase non è una frase, piuttosto un augurio.
Me l’ha detta una vecchia signora a me cara: mi ha augurato di essere buona, e di perdonare, perché qualcuno, lassù, vede nel segreto…E ci ricompenserà.





sabato 13 ottobre 2012

Itaca


                                 
       Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Kostantino Kavafis


ps. Grazie a chi mi ha fatto dono di questa dedica, affidandola ad un libro a me caro...


domenica 7 ottobre 2012

Ristoro per le vostre anime


“E troverete ristoro per le vostre anime”.
Ieri c’era un sole caldo, senza una nuvola, degno delle migliori giornate di agosto.
Ma come le migliori giornate di ottobre c’era silenzio, un silenzio fragile e fecondo, dove “cadono tutte le parole”[1], rotto solo da poche conversazioni distanti.
Ieri avevo un sacco di programmi e cose da fare.
Come al solito, ho acceso il computer e ho cominciato a lavorare.
Come al solito, per un attimo ho guardato dalla finestra, lasciandomi catturare dal mondo aldilà.
Come al solito, mi sono innervosita per i documenti che non arrivano e le scadenze che cambiano.

“Dimenticherai desideri poco importanti che coltivi da molto tempo e ne passeranno in primo piano altri che sono rimasti sullo sfondo ma sono molto più essenziali per la tua felicità”[2].
Ho letto nel mio oroscopo.
Allora, per una volta, ho mollato tutto...


                                   Lago di Bolsena

Quasi addormentata, dopo una nuotata al lago, a pancia in giù su un telo umido, mi sono lasciata asciugare dal sole pomeridiano, che non scotta ma riscalda, mentre il rumore dell’acqua cullava pensieri prima di trasformarli in brandelli di sogni.
E capito che ho tutto il necessario per essere felice.





[1]José Saramago, “Di questo mondo e degli altri”

giovedì 4 ottobre 2012

A rivedere le rose...


                                                                Bolsena-Orvieto...Al confine.


“Va a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo".

E il Piccolo Principe si alzò, si fermò in un campo, si sedette al sole, e pensò a cosa rendesse la sua rosa così importante. E forse anche lui pensò alla felicità, alla felicità che sfugge e ai sentimenti che rimangono, alla comprensione delle cose e all’ ignoranza nella conoscenza degli altri. Ciò che si è e ciò che si fa, prendendo decisioni, scegliendo direzioni, giocandosi il tempo.
Carpe diem.
Ogni volta che si incontra un amico, ogni volta che si spalancano gli occhi di fronte ad un paesaggio nuovo o ci si commuove di fronte ad uno scorcio già visto, ogni volta che si cambiano occhi, ogni volta che si assaggia qualcosa che non è mai cambiato…
Ogni volta che trovo il coraggio per tornare.
Ogni volta che trovo la forza per metter in gioco un ricordo.
La felicità: come una farfalla già passata, ma che resta.
Sto cercando di guardare più spesso il cielo, di sollevarmi un po’da terra ogni tanto.

“Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi…
Perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro, Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi. Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa"
                                                                                                         
                                                                                              -Antoine de Saint-Exupéry-
                                                                                                        Il Piccolo Principe

sabato 29 settembre 2012

Occhiali viola


“Bentornata…Se mai sei partita”
Mi ha detto un caro amico.
Ho fatto un viaggio a Torino in questi giorni, e ho ripensato all’ultima volta che sono venuta qui, meno di due anni fa: ho pensato a quella che ero a quanto sono cambiata, a quella che sono e a quella che vorrei diventare.

E mi sono detta “Nat, in fondo in fondo comunque vada sarai sempre tu”.
Solo che ora quando mi guardo allo specchio, arrabbiandomi per i troppi peccati di gola (che un pochino si vedono!;), ho imparato a sorridere.
Sempre.

Ho comprato un paio di occhiali grandi, viola, spiritosi.
Li ho comprati per rallegrarmi nelle lunghe serate d’inverno davanti al computer.
E perché mi hanno ricordato una frase, che mi disse una bimba in un orfanatrofio in Bolivia: “Solo tiene que ponerte lentillas rosas porque la vida sea hermosa”1.
Col tempo ho imparato a far tesoro di quel consiglio innocente: ho cercato di guardare tutto con occhi di bambina, con occhi felici, accogliendo i successi e ridimensionando le sconfitte, provando a scovarci delle possibilità…Anche se certe volte è tutt’altro che facile.
Si stanno aprendo nuovi cammini per il mio futuro, e spesso mi ritrovo a chiedermi: “Dove finirò? Che persona diventerò? Riuscirò a tener fede alle mie convinzioni e a non abbandonare i miei sogni?”.
Comunque vada, spero di continuare a credere nelle stelle cadenti, guardandole sorridendo attraverso i miei occhiali viola…


1 “Perché la vita sia bella devi solo indossare lenti rosa”

mercoledì 26 settembre 2012

Quel che resta...


                                                                                                       Cambogia
                                                    

Cosa mi resterà di questa vacanza?
In India ho lasciato il cuore, o meglio, il mio cuore di allora.
Il viaggio nel Sud Est asiatico, invece, è stata un’esperienza “conclusa”, dalla quale sono stata felice di tornare, e che mi ha fatto bene condividere con due amici.
“Non devo più preoccuparmi di controllare passaporto, carte di credito e computer”, mi sono detta mettendo piede in Italia. E per riguardare le immagini della prigione dei Kmer Rossi avrò bisogno di tempo.
Ho sentito la complessità di questo viaggio, del toccare una superficie scivolosa, dell’addentrarsi nel limbo di una storia troppo recente perché si possa arrivare a verità. Nei killing fields vicino Phnom Penh ho avvertito il magone, la rabbia, la voglia di girarmi da un’altra parte. Ho visto e  ascoltato senza una parola, sotto la pioggia, senza una lacrima. Uscita fuori l’autista del tuc tuc mi ha offerto una birra: ha detto che ne avevo bisogno.
Non bevo mai birra: quel giorno ho finito una Angkor Beer in due minuti.
Ho sentito le contraddizioni taglienti delle colline verdissime del Laos, chiedendomi se fossi finita nell’isola che non c’è. Poi ho aperto gli occhi e ho letto gli articoli su Vang Vieng, paradiso del divertimento nel nord del paese, dove ventenni occidentali dimenticano la via di casa perdendosi tra droghe a basso prezzo e discese ubriache sulle rapide di un fiume.
Mi sono lasciata ammaliare dalle lanterne di Hoi An, dal ponte cinese, dalla magia delle piccole stradine strette, ma ho storto il naso di fronte alle decine di pizzerie e gelaterie che soddisfano i turisti (me compresa, devo ammettere) rompendo la magia. Sono rimasta delusa da Hanoi e ancor più da Ho Chi Minh City: mi aspettavo il fascino di Saigon, basse case di legno e mercati colorati: ho trovato grattacieli, motorini, centri commerciali e smog.
Ho trovato il presente di una società che cambia. Come tutti noi, come tutto il nostro mondo.
E che come noi non ha poi tanta voglia di restare ancorata al passato, tranne quando non riesce a trasformarlo in una calamita per turisti.

Ho riletto una frase di Sepúlveda ieri sera.
E stavolta l’ho capita davvero.
 “Camino y hablo. Camino por París y hablo con mis amigos de Madrid, sentado en mi cuarto hamburgueño. Hay que renunciar a los territorios físicos y habitar el territorio de la imaginación.”

                                                                                     Luis Sepúlveda, Desencuentros


sabato 22 settembre 2012

Sulla via del ritorno



Si torna a casa, volge al termine questo viaggio, eppure continua dentro di me.
“Di cosa si ha bisogno per essere felici?”
In queste settimane ho fatto una patto con me stessa: per ogni cosa aggiunta al mio bagaglio ne avrei lasciata un’altra. Così ho scoperto che sono davvero poche le cose di cui ho bisogno, e che tornando all’essenziale posso andare lontano.
Negli ultimi giorni ho perso due cose importanti, che ritenevo importanti.
Ed ho capito che la vita continua anche se dimentichi il cellulare in un autobus, e che i ricordi restano anche se perdi il diario di viaggio. Ce ne andiamo noi, seguendo il filo del destino da un capo all’altro del mondo, ricorrendo sogni, seguendo o sfuggendo domande.
Ma i ricordi no, loro restano, talvolta addormentati, spesso nascosti, soggiogati da un tran tran confortevole.
Torneranno, un giorno. Un incontro sul treno disegnerà il volto di una persona ormai lontana, un profumo di gelsomino richiamerà alla mente fiori che scorrono in una notte d’estate. E risuonerà ancora un discorso fatto al vento, ritorneranno quelle eterne domande sul futuro, sul destino, sulla possibilità di scelta.
Forse non ci sarà il Mekong ad ascoltare, questa volta.
E probabilmente le risposte non saranno le stesse.
Noi, di sicuro, saremo cambiati, persi in un’altra parte di mondo, con pezzetti di cuore lasciati qua e là…







mercoledì 19 settembre 2012

Goodbye Bangkok

                  Bangkok, Mercato degli amuleti

“What’s Bangkok for you?”
Domando a Ling, la mia amica thailandese, mentre le descrivo il mio stupore di fronte agli arroganti centri commerciali di Siam Square che svettano superbi a fianco di silenziosi tempi dorati, osservando sdegnosi le basse case di legno aldilà del fiume.
 “Bangkok è proprio questo per me: il Siam Paragon e il Wat Arun, il BTS e gli Skybar, ma anche il mercato di Damnoen Saduak e le stradine di Banglanphu. E’un po’ di tutto: il lusso dei centri commerciali e il silenzio dei templi, la maestosità dei grattacieli e il fascino dei canali. Ma soprattutto, per me Bangkok significa serate con gli amici, cibo fantastico, massaggi e divertimento”.
Sorrido tra me e me, pensando alla mia Roma, e a cosa sia per i turisti, se anche loro si sentano piccoli piccoli di fronte al Colosseo e restino stregati dalle stradine di Trastevere, innamorandosi di vecchi pizzerie e negozi di libri usati, zigzagando tra macchine in terza fila, motorini e biciclette.

Oggi, ultimo giorno in Indocina, mi do anch’io ad uno degli hobby preferiti dei thailandesi: mangiare. Mi lancio così in un tour gastronomico nella food hall del Siam Paragon, tra mochi giapponesi, crispy noodles, mango sticky rice, dolcetti al taro e biscotti al grey bean. Una visita ad una vecchia casa tradizionale thailandese, un giro sui canali, gli ultimi regali al mercato degli amuleti e per finire un cocktail al sessantatreesimo piano di uno skybar.
Goodbye Bangkok: I ll be back one day.




sabato 15 settembre 2012

Un'altra chance


                                                            Bangkok, Democracy Monument



Sta piovendo: la solita mezz’ora depurativa quotidiana. Le luci dorate del Wat Po viste da un motorino che corre veloce, belle da far dimenticare l’afa, la pioggia, il traffico della giornata.

31 Agosto: Bangkok un mese dopo.
Taxi, mototaxi, autobus, tuc-tuc, speedboat, slowboat, metropolitana e biciclette, canali, mercati dei fiori, bancarelle, shopping malls e grattacieli. L’ho lasciata umida, incasinata, sporca e disordinata, shakerata in un cocktail di spostamenti elettrizzanti. L’ho salutata sgranocchiando salatini di pollo, osservandola perplessa dalla cima di una stupa buddista.
Ci sono tornata per dirle arrivederci…E darle un’altra chance.
Così ho scoperto che non è tutto oro il quartiere di Rattanakosin, che l’altra faccia dei templi sono locali a luci rosse, rooftop bar e alberghi a cinque stelle, che la mecca del cibo non è a Chinatown ma nelle food court dei centri commerciali di Siam Square.
L’ho trovata cambiata, vestita a festa con abiti Marc Jacobs e borse Prada, pulita e ordinata nei freddi vagoni della metropolitana. L’ho guardata agghindarsi di luce e specchiarsi vezzosa nei laghi di Silom, rallegrandosi per il perfetto gioco di specchi dei suoi scintillanti grattacieli armonici.
Centri commerciali a braccetto con templi, tetti spioventi decorati d’oro.
In basso il fiume, a cullare sussurrando lenti ferry boat.
Comincio a desiderare un libretto di istruzioni per questa città…

mercoledì 12 settembre 2012

Fuggire su un'isola





E adesso basta fare i turisti: vogliamo l’avventura!
La vacanza agli sgoccioli, Sofia a Niccolò si lanciano in approfondite valutazioni per la scelta della prossima meta: Ko Chang, Ko Rung o Ko Krong[1]?
Si discute tra paura degli insetti (particolarmente molesti in una delle isole), previsioni meteorologiche (“ci sarà un angolo di terra privo di pioggia nei prossimi giorni?”) e timore dell’accoppiata “resort+ lounge bar + discoteca”. Così alla fine partiamo per l’isola dei Conigli “Rabbit’s Island”, piccolo angolo di paradiso nel sud della Cambogia, proteso verso il Vietnam.
Ci arriviamo da Kep, dopo una notte in un bungalow quasi su un albero, un giro tra campi di durian (frutto dall’odore pestilenziale, ormai entrato nella mia black list) e una scorpacciata di granchi e calamari (non per niente Kep è famosa per il suo mercato del pesce)
“Ohi Nataly, hai capito che niente internet, né computer, né corrente sull’isola, vero??”.
Ebbene sì, per un paio di giorni mi toccherà rinunciare al mio inseparabile pc, fido ascoltatore e custode di tutte le mie storie. Vorrà dire che mi accontenterò di guardare le stelle e tornerò a carta e penna… Che poi, alla fin fine, sono una che scrive ancora lettere e pagherei oro per un piccione viaggiatore.
Così mi ritrovo sulla spiaggia, semiaddormentata su un’amaca, a guardare la luna, in un buio luminoso, spezzato solo dalla chiassosa luce di due candele del ristorante, dove una decina di superstiti si raccontano, tra pastis e Angkor Beer. Mi unisco anch’io ai racconti di vita, alle cronache di viaggi e alle perplessità sull’avvenire, finestre aperte da perfetti sconosciuti sulle proprie vite. Domani si torna sulla terraferma: meglio approfittare di questa notte senza elettricità ma piena di sogni…







1] I nomi potrebbero non essere esattamente questi: mi sono sforzata, ma continuo a confondermi tra tutti i “Ko”, “Rong e “Rung”..:)





domenica 9 settembre 2012

Seduti sull’acqua a domandarsi cosa sia la felicità





Notte.
Piedi a bagno nel fiume, distesi in un bungalow a filo d’acqua. Fiori di gelsomino scorrono via con la corrente: siamo a Kampot, deviazione di rotta dopo un deludente giro a Sihanoukville, inseguendo il sogno di un’ isola che non c’è.
Piove, ricordandoci di non fare troppo affidamento sulle aspettative, insegnandoci a prendere la felicità come arriva, rinunciando a spiagge (non) soleggiate, riscoprendo fiumi invece del mare, affezionandoci ad una tranquilla cittadina casualmente finita sul nostro percorso.


Sonnacchiosa mattina sulle poltrone vista fiume, morbide e arancioni, una ninnananna per i nostri occhi stanchi, che facilmente si chiudono al ritmo dei Radiohead: c’è sempre musica al bancone del bar. Abbandonati i piani di visite a cascate, giungle, grotte e città, ci rassegniamo al riposo, così difficile da accettare quando si è curiosi di vedere, scoprire, vagabondare intorno.
“Beh, forse è arrivata l’ora di vagare un po’ dentro me stessa”, mi dico, di mettere a posto non solo gli appunti di viaggio, ma anche i pensieri, le emozioni, le persone che mi hanno incrociata, rassicurata, stupita in queste settimane.
Sperando di riuscire a mettere un po’d’ordine anche in me stessa.
E i pensieri si riordinano, pian piano, si scende a patti con i problemi lasciati a casa, ma che continuano a bussare alla porta, li si affronta meglio chiacchierando tranquilli con amici di sempre e nuovi compagni di viaggio.

...
Finalmente il cielo si schiude, e siam subito pronti per un giro in bicicletta, su strade sterrate e annacquate, tra bambini a cavallo di bufali, monaci cambogiani con libri d’inglese sottobraccio e preti ecuadoreni pronti per una partita a pallone.
E’ già sera: un silenzio confortevole culla parole altrimenti difficili, così semplici da condividere in questo buio…“Sei felice?”.









Ho camminato tanto, in questi giorni, ho visto luoghi incredibili e fatto cose impreviste. Ho nuotato in un fiume scuro, controcorrente, ho seguito motociclisti spericolati in mezzo alla giungla, ho guardato albe a mezz’aria, mi sono addormentata tranquilla al suono della pioggia (per una volta senza tappi), ho discusso di arte e di bellezze naturali e umane, sostenendo convinta il fascino dei monaci buddisti. Ho accettato di perdere il controllo, qualche volta, e sono scesa a patti con me stessa. Ma, soprattutto, ho rinunciato alla mia indipendenza e al mio egocentrismo, per una volta. Ed ho capito che forse non ho sempre voglia di avere in mano la situazione, e che posso accettare di affidarmi agli altri: ho cominciato un’avventura con due grandi amici, ed ho scoperto che la gioia è piena solo se condivisa.
E, sì, ho capito di essere felice.



mercoledì 5 settembre 2012

Coordinate geografiche


                      Amphawa, Thailand


Una  piccola precisazione: per esigenze di tempo e necessità di “revisione dei ricordi”(J) i post sono pubblicati con ritardo: tutti i luoghi descritti li ho visitati uno dopo l’altro, nell’arco di 7 settimane. Arrivata a Bangkok il 25 luglio, sono andata nel Nord della Thailandia, a Chiang Mai e Chiang Rai. Il 2 agosto sono “sbarcata”in Laos, a Luang Prabang, dopo due giorni in barca sul Mekong. Il 5 agosto sono volata in Vietnam: Hanoi, Halong Bay e poi Hoi An, da dove sono ripartita il 13, alla volta di Ho Chi Minh City (Saigon). Lì mi sono incontrata con Sofia e Niccolò e abbiamo continuato insieme il viaggio verso il delta del Mekong, Can Tho e Chau Doc, Il 17 agosto ci siamo spostati in Cambogia (di nuovo in barca sul Mekong) e da lì a Siem Reap, nel Nord, per visitare i templi di Angkor Wat. Poi ci siamo diretti a sud, a Sinakouville, Kampot e Kep, da dove abbiamo preso una barca per un paio di giorni sull’isola dei conigli (tra la Cambogia e il Vietnam). Il 29 agosto le nostre strade si sono divise: Sofia e Niccolò sono ripartiti alla volta di Ho Chi Minh, mentre io sono tornata a Bangkok, dove ho trascorso gli ultimi quattro giorni prima della partenza. Oggi, 5 settembre, dopo più di quaranta ore di viaggio, uno scalo movimentato a Istanbul, stanca, assonnata, ma felice, sono tornata a casa.

Ps Ovviamente, ne ho ancora di cose da raccontare: tra un paio di giorni riprenderemo, dalla Cambogia del Sud, il filo della storia…





domenica 2 settembre 2012

Frammenti di vita ad Angkor Wat

Cambogia, dintorni di Angkor Wat


Sembra non ci sia riposo per i turisti cha visitano Angkor Wat.
Templi grandi come città aspettano in agguato, stuzzicando la curiosità di viaggiatori mordi e fuggi e infaticabili esploratori, condannando ad alzatacce all’alba e a sonnacchiose marce al tramonto, inseguendo il sole in templi sempre più affollati. Scalinate, cupole, statue, altari e laghi, ponti e boschi sacri: decine di pagine di storia, una pesante sensazione di impotenza, il dispiacere di non aver tempo per contemplare degnamente tutto ciò.

Oggi, terzo giorno, ho capito che in questi mesi sono cambiata.
Abbandonata la lista dei Wat, Ta, Preah[1] da visitare, mi sono concessa dieci ore di sonno, ho rinunciato ad un’escursione al fiume delle mille linga e ho fatto colazione con calma, gustandomi un banana pancake al ritmo dei Beatles.
Ho lasciato da parte le cose da sbrigare, ho preso la bici dell’albergo…E sono andata.
Senza tour de force (autoimposti) da rispettare, ho ritrovato la magia di questi luoghi, pedalando tra gli alberi che fiancheggiano la strada da Siem Reap a Angkor Wat. Non più di corsa, ho trovato il tempo per guardare galline e farfalle, scimmie, libellule, turisti giapponesi e famiglie cambogiane, ascoltando sorridendo, la cantilena dei bambini all’ingresso dei templi: “Do you want ten postcards? One, two, three, four…”.
Ho spento il rumore dei pensieri e ho camminato per templi già visti, così diversi se osservati sotto un’altra luce. In punta di piedi, o meglio pedalando senza far rumore, ho raccolto frammenti di giornate altrui, donne accovacciate nelle risaie, ragazzi addormentati sotto un albero, bambini che salutano, gridando “Hello” più forte che possono.
E ho capito che non è correndo che troverò la mia gioia...



[1] Alcuni dei nomi dei templi di Angkor Wat


       

giovedì 30 agosto 2012

...Amp



Questa sera avrei dovuto pubblicare un post che parla di templi, di risaie e bambini...
Avrei dovuto scrivere una bella pagina poetica sulla Cambogia, descrivendo luoghi che fanno sognare.
E invece parlero' di una pagina di vita, e la dedichero' ad un angelo che ho incontrato oggi.
Sono le dieci e mezza di sera, scrivo da un paesino sperduto vicino a Bangkok.
Partita dalla Cambogia alle 7 del mattino, sarei dovuta arrivare al massimo alle 8 di sera, in tempo per una importante job interview via skype.
Ebbene...
Nell'ordine ho:
-perso il telefono sul primo bus:
-cambiato sette (!!) minivan dalla cambogia fino a qui:
-trovato un incidente con un tir rovesciato per strada;
-accumulato quattro ore di ritardo;
- quasi mancato la mia job interview (per la quale ho rinunciato a tre giorni di relax su un'isola....senza internet ne' cellulare...)

Cosa e' successo allora...?
Beh, ho incontrato uno di quegli angeli che aspettano a bordo strada, che non parlano la tua lingua ma capiscono col cuore, che non hanno bisogno della tua carta d'identita' per darti fiducia, che guardano la tua tristezza e capiscono il tuo dolore.
E fanno di tutto per venirti incontro.
Il mio angelo si chiama Amp, non parla inglese e non sa nemmeno come mi chiamo.
Mi ha incontrata per strada, tornando dal lavoro, mentre io camminavo, il mio megazaino sulle spalle, alla disperata ricerca di un internet caffe'. Avevo capito che a Bangkok prima di mezzanotte non sarei mai arrivata, cosi' ho chiesto di scendere, per non mandare all' aria l'interview.
Amp mi ha visto, ha cercato di capire cosa dicessi, mi ha fatto parlare al telefono con il suo ragazzo, che parla inglese. Poi mi ha portato a casa sua, mi ha dato le chiavi (!) e mi ha guidato in un fantastico internet point.
Stasera va a dormire da un'amica: a casa sua dormiro'io, una perfetta sconosciuta che lei ha accolto e portato con se'.
Non sono riuscita a dire nient'altro che un Thank you commosso...

venerdì 24 agosto 2012

Phnom Penh


Phnom Penh, Museo Tuol Seng


Parlare di Phnom Penh è difficile: ci si ritrova con un sapore amaro in bocca, risucchiati da una memoria inevitabile, sommersi da un futuro di sviluppo insaziabile e incontrollato. Suv, bmw, ristoranti radical chic e negozi bio-etici , strade larghe e centri commerciali, palazzi reali e mercati, Lucky supermarket e Happy Herb pizza.
Disorientati, a domandarsi in quale parte sperduta di mondo ci si ritrovi.
Ci pensano il museo Tuol Seng e il campo della morte di Choeng Ek a farci far mente locale.
17 aprile 1975: i Kmher rossi entrano a Phnom Penh: tre anni di potere, più di due milioni di morti.
“Sono legalmente responsabile della morte di oltre mille persone e prego per le loro anime”. Si legge nella testimonianza di un gerarca della Kampuchea Democratica.
Memoria e rinascita, brividi di freddo, campi abbandonati ad anime senza pace…
Bere il calice amaro del ricordo, mandandolo giù con Angor Beer, ascoltando distratti una canzone dei Coldplay. A guardare sullo sfondo una città senza capirla, senza individuarne i confini di senso, domandandosi se si sia inginocchiata al capitalismo o se nasconda la sua vera natura ricacciandola in strette viuzze, annegandola in fogne a cielo aperto, dimenticandola tra vestiti alla moda e mixed fruit shakes.
Domani si parte: destinazione Siem Reap, per ammirare i sorrisi enigmatici delle statue dei templi di Angkor.

lunedì 20 agosto 2012

Ricordando Saigon

                         Delta del Mekong, Vietnam



Ore 5.25.
Sorge il sole sulla costa del Vietnam, mentre in mototaxi sfreccio verso l’aeroporto di Danang.

Cosa cercare nell’ odierna Ho Chi Minh City?
Per quanto mi riguarda, solo ricordi.
Memorie dell’epoca coloniale nascoste tra palazzi, chiese, larghi viali alberati; ricordi di un passato vicino che brucia in brandelli di guerra, in mezzo al traffico, ai capannelli di gente, tra le file di motorini impazziti.
E il silenzio: colpevole, empatico, rassegnato, immobile, negli occhi dei visitatori del Museo della Guerra. Torture, diossina, napalm, agenti chimici, malformazioni. Passano, le parole di dichiarazioni di principi e di Carte di diritti obliati. Passano, scorrono via lontano, cadute vuote nei secoli, riflesse negli orrori di guerre odierne, così simili a foto di quarant’anni fa.
Le ferite restano, in un gioco di sguardi senza parole.
Impareremo, un giorno.




                                  Chau Doc, Vietnam


Intanto, ci lasciamo rassicurare dall’altra faccia di questa terra, dal verde incontaminato dei campi sul delta del Mekong, da un cielo azzurro di luce. Nuvole bianche tra mercati galleggianti, giardini tropicali e giacinti d’acqua. Risaie, barche, banani e bambini, ponti di legno sospesi: in motorino tra campi di loto, galli da combattimento e pastori di papere.
Si chiudono, gli occhi, sulla cima di una montagna, accoccolati in un’amaca, di fronte al tramonto. 
E una campana suona, lontana.




                                         Chau Doc, Vietnam

Convalido l'iscrizione a Paperblog sotto lo pseudonimo di nataliapazzaglia

giovedì 16 agosto 2012

Odore di zenzero


                                                                                     Hoi An,Vietnam


Odore di zenzero e pesce fresco, tra bancarelle di lichi, avocado e dragon fruit. Negozi per turisti, magliette, segnalibri e sacchi a pelo. Triangolari cappelli di paglia, verdure colorate, anziane signore sorridenti: un caleidoscopio di richieste insistenti.“Come, look for a scarf” “Do you want a foot massage?”, “Italy, football!”.
E poi una strada laterale, svicolare in un altro mondo.
Fermarsi, osservare la vita che scorre sul fiume, seduti su panchetti di plastica a sorseggiare un che[1], rendendosi conto che non serve correre per capire, e che certe cose si afferrano solo quando ci si ferma.

Come descrivere Hoi An?
Una carezza di vento caldo, luci soffuse di candele a filo d’acqua, colori di musiche a bordo strada.   
Non si può descrivere la magia di lanterne rosse, di lampade colorate agli alberi, la poesia di aquiloni su un ponte cinese.
Una magia per turisti, forse…Ma pur sempre magia.

Stasera ho detto una preghiera al fiume. Anzi tre.
Una vecchietta mi ha guardata, mi ha osservata parlare all’acqua scura, e mi dato tre lanterne colorate, che ho lasciato andare via lontano.
Un ponte senza parole tra le nostre due vite distanti.


[1] Specie di gelato con latte di cocco, jellies, green beans e frutta

sabato 11 agosto 2012

Arrivederci Cat Ba





Piove, piove, piove sulla baia.
E per varie ragioni anche dentro di me.
Sprezzanti goccioline rapide, odore di pesce, raffiche intermittenti, vento caldo, cielo a macchie di nuvole nere. Barche nel porto, piccole luci, si allontanano lentamente.
Due giorni in mare, anche per noi, sotto la pioggia.
Mi torna in mente il motto norvegese “non esiste il cattivo tempo, ma solo abiti non adatti”.
Peccato che stavolta non ci ho proprio azzeccato: infradito, due magliette e un costume: lo zaino vero lasciato ad Hanoi.
“Più leggeri si va, più lontano si riesce ad arrivare”, mi ero detta. Vero, tranne questa volta. Per fortuna i tre ragazzi hawaiani in barca con me mi prestano un k-way, vero salvavita in questi giorni di monsoni. Una piccola barca rossa appena uscita da un libro di fiabe per bambini, un timoniere e un nostromo vietnamiti che non parlano inglese, ma che si dimostreranno cuochi eccellenti. L’avventura nella baia può cominciare.
Isole, isole, isole, come stelle cadenti nell’acqua scura del Golfo del Tonkino.
Inaspettate visite a grotte sotterranee, da scoprire assieme a gruppi di cinesi e thailandesi urlanti, al ritmo della musica pop dei banchetti di souvenir per turisti, alla ricerca della foto più stravagante tra segnali di stop cestini della spazzatura (solitamente introvabili) a forma di delfini e pinguini. E poi nuotate in baie nascoste, incontri ravvicinati con trasparenti meduse, docce mattutine con acqua piovana, precari giri in canoa tra casette colorate, cani da guardia e ponti di bambù.
Un lembo di cielo azzurro, poi il sole che spunta quando stiamo per tornare al porto: un ultimo viaggio in un paesaggio intessuto di poesia.
Campi verdissimi, barche colorate, isole sperdute, acqua ora turchese: arrivederci Cat Ba…
Torneremo.





mercoledì 8 agosto 2012

Luang Prabang; candele, tuniche e oro di draghi


Le nove e mezza di sera: è notte.
La città si prepara al riposo: qui la vita si srotola con altri tempi, altri ritmi, un’altra consistenza. Piccole candele illuminano giardini e fanno compagnia ai Buddha custodi di templi, i volti persi in un etereo sorriso, lo sguardo sfuggito aldilà.
Pure luci dorate rischiarano preghiere dei monaci: testa rasata, d’arancione vestiti, i loro sguardi parlano…
Bambini, imparano l’inglese; adolescenti fumano, al riparo di sguardi indiscreti; anziani lavorano, ridono, scherzano, si arrabbiano, di fronte alle onnipresenti macchine fotografiche di turisti stupiti.
Pregano, in silenzio, davanti ad alte statua di Buddha.
Camminano, a piedi nudi, tranquilli per le strade.
Offrono e accettano offerte prima dell’alba, in una processione per le vie della città.
Tre tuniche, tre ceste per le offerte, una cintura, un rasoio, uno stuzzicadenti, un ombrello: ai monaci Theravada non è concesso nulla di più.





E poi caffè e Lao Beer, crêpes e pancakes, laundry service e wi-fi, cani guardiani e bar con live music. Ecoguide multitasking organizzano trekking, Kayaking, massaggi e aromaterapia, corsi di cucina e passeggiate a dorso di elefanti: l’altra faccia della medaglia di una città di templi, monaci e e montagne.
..



E’ notte: la pioggia è già passata, poesia melanconica in una città ammaliata dal passato e carica di magia che il presente non ha ancora rubato: è quasi luna piena.
La pioggia si mischia, battente, al suono dei gong, confondendosi col sole, che spunta in lontananza.
Candele, tuniche e oro di draghi…



domenica 5 agosto 2012

Pensieri volanti, tra autobus e battelli


           Chaing Rai, Thailandia


Si aspetta, su questo autobus: partirà quando sarà pieno. A bordo tante donne, ragazzine che rientrano da scuola, signore con le buste della spesa e un anziano con un cappello verde militare con una stella rossa e la scritta Vietnam, un pacchetto di banane fritte in mano.
Le donne parlano, lasciano le loro buste di plastica sul bus e continuano a fare la spesa nell’attesa. Si passano foglietti, incomprensibili biglietti da visita: immagino uno scambio di consigli su parrucchieri e negozi di Pad Thai: giochi di sguardi, sorrisi, pochi gesti universali.
Si torna all’essenziale nel vagoncino di questo bus senza porta.
Prima di partire un inchino alla statua del re, che ci guarda di fronte al mercato: Tutti pronti…Si va.

Dalla Thailandia al Laos: slow boat da Huay Xai a Luang Prabang, in barca sul Mekong con italiani, spagnoli, hawaiani…
Acqua, vento, sole: tante ore insieme, e ci si ritrova a parlare di Dio, in mezzo al nulla tornano in mente le cose che contano.
Un piccolo villaggio dove fermarsi per la notte: la barca per Luang Prabang attracca ogni sera.
Ha portato internet, cappuccini, miniconfezioni di shampoo e tanti ostelli che si contendono i turisti in arrivo. Poco distante dal porto restano, però, case di legno, giardini con fiori mai visti, galli che danno il buongiorno, una foresta rigogliosa che osserva, quieta, le brune acque del Mekong: sarà una bella giornata domani…




Laos, Mekong River