mercoledì 26 settembre 2012

Quel che resta...


                                                                                                       Cambogia
                                                    

Cosa mi resterà di questa vacanza?
In India ho lasciato il cuore, o meglio, il mio cuore di allora.
Il viaggio nel Sud Est asiatico, invece, è stata un’esperienza “conclusa”, dalla quale sono stata felice di tornare, e che mi ha fatto bene condividere con due amici.
“Non devo più preoccuparmi di controllare passaporto, carte di credito e computer”, mi sono detta mettendo piede in Italia. E per riguardare le immagini della prigione dei Kmer Rossi avrò bisogno di tempo.
Ho sentito la complessità di questo viaggio, del toccare una superficie scivolosa, dell’addentrarsi nel limbo di una storia troppo recente perché si possa arrivare a verità. Nei killing fields vicino Phnom Penh ho avvertito il magone, la rabbia, la voglia di girarmi da un’altra parte. Ho visto e  ascoltato senza una parola, sotto la pioggia, senza una lacrima. Uscita fuori l’autista del tuc tuc mi ha offerto una birra: ha detto che ne avevo bisogno.
Non bevo mai birra: quel giorno ho finito una Angkor Beer in due minuti.
Ho sentito le contraddizioni taglienti delle colline verdissime del Laos, chiedendomi se fossi finita nell’isola che non c’è. Poi ho aperto gli occhi e ho letto gli articoli su Vang Vieng, paradiso del divertimento nel nord del paese, dove ventenni occidentali dimenticano la via di casa perdendosi tra droghe a basso prezzo e discese ubriache sulle rapide di un fiume.
Mi sono lasciata ammaliare dalle lanterne di Hoi An, dal ponte cinese, dalla magia delle piccole stradine strette, ma ho storto il naso di fronte alle decine di pizzerie e gelaterie che soddisfano i turisti (me compresa, devo ammettere) rompendo la magia. Sono rimasta delusa da Hanoi e ancor più da Ho Chi Minh City: mi aspettavo il fascino di Saigon, basse case di legno e mercati colorati: ho trovato grattacieli, motorini, centri commerciali e smog.
Ho trovato il presente di una società che cambia. Come tutti noi, come tutto il nostro mondo.
E che come noi non ha poi tanta voglia di restare ancorata al passato, tranne quando non riesce a trasformarlo in una calamita per turisti.

Ho riletto una frase di Sepúlveda ieri sera.
E stavolta l’ho capita davvero.
 “Camino y hablo. Camino por París y hablo con mis amigos de Madrid, sentado en mi cuarto hamburgueño. Hay que renunciar a los territorios físicos y habitar el territorio de la imaginación.”

                                                                                     Luis Sepúlveda, Desencuentros


1 commento:

  1. "Bisogna spezzare i legami dell'io, sollevare lo sguardo e rivolgerlo in avanti, guardare la natura che ci circonda e vederla come una corrente continua di realtà magica"
    J.Gaarder, Maya
    Mariachiara

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